sabato 19 dicembre 2020

Mohican: dalla solitudine all'amore

Sono molto affezionato a questo mio articolo, pubblicato su Lo Spazio Bianco nel 2010. Un articolo a cui ho messo su carta le emozioni, ben prima delle riflessioni, scaturite dalla lettura di Mohican, volume scritto dall'indimenticato Paolo Morales e disegnato da Roberto Diso. Un capolavoro della narrativa disegnata, degno di entrare nei classici dell'immenso catalogo della Sergio Bonelli Editore.

Copertina di Mohican. ©Sergio Bonelli Editore



Da quando è nato nell’uomo il desiderio e il piacere del racconto, cioè da sempre, il libro d’avventura è un’attrazione naturale per chi legge, sotto qualsiasi latitudine, in qualunque lingua. Così scrive Stanislao Nievo nell’introduzione del romanzo di James Fenimore Cooper L’ultimo dei Mohicani, pubblicato nella collana Biblioteca Economica Newton (1994). Il libro di Cooper è di certo il migliore esempio di romanzo avventuroso – un vero e proprio archetipo – sull’epopea della Frontiera, quel susseguirsi di avvenimenti, compresi circa tra il 1600 e la fine del 1800, da cui si sono formati gli Stati Uniti d’America. Come hanno scritto diversi osservatori, Cooper ha voluto scrivere una sorta versione Americana dell’Odissea o dell’Orlando Furioso[1]. Questo spiega come L’ultimo dei Mohicani sia stato preso a modello – a livello ideale (la cosiddetta epica americana, secondo la definizione di Gianmaria Contro) e come spunto narrativo diretto o indiretto[2] – dai registi di Hollywood, capaci di trasformare l’epopea del western nella più gloriosa chanson de geste dell’epoca moderna. Grazie alla creatività di registi, sceneggiatori e attori, soprattutto nel mondo Occidentale, molte generazioni hanno fatto proprie le drammatiche vicende della Frontiera, costellate da momenti ingloriosi e da altri di travolgente coraggio. Ed è stato naturale che, anche qui in Italia, autori cinematografici o fumettistici trasformassero quelle suggestioni in altre opere, alcune diventate delle icone come gli spaghetti-western di Sergio Leone o come quel fenomeno generazionale rappresentato dal Tex Willer di Gianluigi Bonelli.


Bumppo incontra Greta. ©Sergio Bonelli Editore

 

Cenni biografici

Lo stesso Paolo Morales ha di certo attinto a quel pozzo dei miti, riempito in buona parte dalla letteratura avventurosa e dal cinema western, che ha nutrito la fantasia di migliaia di persone. La biografia di Morales racconta di un autore eclettico, capace di sconfinare dal disegno al cinema (realizza diversi Storyboard per noti registi italiani e stranieri), dalle serie televisive animate (come sceneggiatore per la RAI) alla Sergio Bonelli Editore. Per la Casa editrice di Via Buonarroti disegna diversi episodi di Martin Mystère e in seguito si propone come soggettista e la sua penna partorisce alcune della più vivaci avventure del personaggio ideato da Alfredo Castelli. Il Martin Mystère di Morales è un personaggio consapevole e dotato di una personalità prorompente e allo stesso tempo fedele al modello originale. Un’alchimia difficile da centrare se non si hanno idee chiare e coraggio di intenti.

 

L’uomo dei Mohicani

L’autore è uno dei migliori sceneggiatori italiani e la sua proposta per la collana Romanzi a fumetti Bonelli, giunta al quarto volume, non passa inosservata. L’avventura si svolge vent’anni dopo gli avvenimenti narrati in L’ultimo dei Mohicani: siamo nel 1778 e lo scontro tra Inglesi e Francesi insanguina le regioni del Nordest dei futuri Stati Uniti. Tra gli ufficiali della Milizia continentale c’è il generale Washington[3].

Il confronto. ©Sergio Bonelli Editore


Morales aveva già collaborato a una riduzione animata (per la RAI) de L’ultimo dei Mohicani e il soggetto deve aver talmente affascinato l’autore da indurlo a proporre, in versione adulta, un seguito del romanzo. Queste sono sfide rischiose e di difficile realizzazione. Non è impossibile costruire una trama avvincente, è difficilissimo invece far muovere personaggi impressi nell’immaginario collettivo come quelli ideati da Fenimore Cooper. Morales ha evitato il rischio perché ha dato al suo Natty Bumppo lo stesso incantato realismo del personaggio originario. Ma questo disincanto si trasforma e si evolve verso qualcosa di inaspettato e allo stesso tempo del tutto coerente. Il Bumppo di Morales non è una roccia immutabile, ma un personaggio in continua evoluzione, capace di ammorbidire alcune spigolosità del suo carattere. E la sequenza centrale di pagina 225, resa da due intensissimi primi piani di realizzati da Roberto Diso, è l’ideale manifesto di questa metamorfosi resa possibile dalla più potente delle magie: l’amore.

 

L’esperienza di Dio


Quasi tutti i personaggi della vicenda, del resto, non resteranno indifferenti alle esperienze vissute. Soprattutto quando queste esperienze si rivelano tremende al punto da intaccare le più profonde convinzioni. Neale Donald Walsch nel suo dialogo con Dio scrive: “Ben poche delle valutazioni comprese nella tua verità sono valutazioni fatte da te stesso basandoti sulle tue esperienze. […] Non avete aspettato di fare esperienza in prima persona, avete accettato l’esperienza di altri alla lettera, e poi quando vi siete imbattuti nella vera e propria esperienza per la prima volta, avete sovrapposto quello che già pensavate di sapere alla percezione di quello che è”[4]. Queste parole centrano alla perfezione le caratteristiche di alcuni dei protagonisti del racconto. In primo luogo, il Pastore Peter Miller, un uomo pieno di sé e dei suoi precetti a tal punto da rifiutare ogni esperienza. Ma allo stesso tempo, la fede dottrinale del Pastore è talmente forte da affrontare un pericoloso viaggio per invocare la grazia all’uomo a cui aveva portato via la moglie, illuminata dalla chiamata di Dio. Miller sembra proteggere la sua fragilità interiore predicando una visione di Dio giudicante, e di fatto ipocrita, come l’ultimo degli uomini. Quelli come Miller hanno ingannato se stessi e migliaia di loro adepti. Morales, però, non vuole dare una lettura solo negativa del personaggio: nel finale, grazie alla figliastra Greta, il Pastore ha modo di scorgere un altro modo di amare Dio.


Lotta per la Vita. ©Sergio Bonelli Editore


 

L’erotismo divino

E la figura di Greta, invece, è quella a cui forse Morales sembra più legato. Ed è da sottolineare il suo cambiamento, a partire da quello esteriore, chiara lettura della metamorfosi interiore. La scorgiamo all’inizio, secondo le regole dei Mennoniti, con un abbigliamento castigato, per poi ritrovarsi con i capelli sciolti al vento, simbolo di una sensualità a stento trattenuta. È vero, Greta usa le sue armi di seduzione per uscire da una situazione disperata, ma il suo percorso accanto a Bumppo porta alla luce la naturale passione erotica di ogni essere umano. La giovane, per chiudere, dà ascolto alla propria esperienza e si lascia alle spalle le imposizioni di Maestri che sembrano ignorare l’autentica felicità del Creato. E per uscire dal suo torpore, Greta ha bisogno di gridare contro Miller tutta la sua indignazione repressa: Miserabile ipocrita! Mia madre è morta per voi e io vi ho salvato la vita! Ma siete troppo chiuso nell’angusto recinto della vostra presunzione per provare riconoscenza. Per certi versi, siete peggiore dei lupi che ci hanno torturato! La ragazza ha inoltre il pregio di non cullarsi nei suoi sentimenti di ostilità – come purtroppo fanno molte persone, incapaci di evolversi – e di percorrere fino in fondo la strada del rinnovamento. Da quelle drammatiche vicissitudini nascerà una Greta sconosciuta forse anche a sé stessa.

 

L’odio è pregiudizio!

Il pregiudizio, tra i popoli o le fazioni, porta le persone a ingigantire il proprio eventuale odio. Come è riportato sui dizionari (cfr. Il Grande Dizionario Garzanti della lingua italiana), il pregiudizio è un’opinione errata che dipende da scarsa conoscenza dei fatti o da accettazione non critica di convinzioni correnti. Morales in questo suo affresco si sofferma a osservare la realtà dell’epoca con uno sguardo neutro; o meglio, lo sceneggiatore tenta – riuscendoci – di non incolpare di violenza uno schieramento invece di un altro. Ma, attraverso lo sguardo critico e attento di Nathaniel Bumppo, si limita a considerare le tante sfaccettature della violenza. C’è quella dettata da chi non vorrebbe perdere dei territori colmi di ricchezza. C’è chi, come i Mohawk, usa la violenza come dimostrazione di forza: Hanno paura di farsi vedere deboli, per questo sono così crudeli dice Chingachgook. C’è chi, pur celandosi dietro idee libertarie, non è privo di zone d’ombra: come il miliziano americano protetto dagli amici di Bumppo. Ed è proprio quest’ultimo a smascherare il miliziano, macchiatosi, insieme ad altri, di un’orrenda strage. Ed è questa la sintesi magistrale del racconto: ricordarci che dietro ogni azione ci sono uomini sempre pronti a farsi trasportare dal demone della violenza, qualsiasi sia la barricata di appartenenza. 


La nuova Greta. ©Sergio Bonelli Editore

 

Diso delle foreste

Ad accompagnare Morales in questo viaggio avventuroso, troviamo un Diso in splendida forma. Già a uno sguardo rapido delle tavole si avverte la felicità dell’impostazione e si nota come non solo i paesaggi e gli animali siano raffigurati con la consueta sapienza ed eleganza, ma anche i personaggi siano dotati di una vitalità autentica. Non del tutto riscontrata sulle pagine di Tex, come ha dichiarato l’autore stesso[5].

È da apprezzare in particolare la figura di Bumppo, che rifugge dal facile e suggestivo modello interpretato da Daniel Day-Lewis nel film diretto da Michael Mann (1992). Alcune pose ricordano la figura dell’attore sopracitato, ma nel complesso il disegnatore si è posto su una linea personale.

Inoltre, com’è capitato spesso in Mister No, Diso ci delizia con le sue splendide figure femminili, posando uno sguardo alle sinuose forme di fanciulle desiderose di passione. Le donne di Diso sono generose, nelle forme e nei sentimenti: non importa se positivi o negative.     



[1] Nell’articolo introduttivo del racconto Mohican, Gianmaria Contro compie un’attenta analisi del romanzo di Cooper e degli avvenimenti storici che hanno fatto da sfondo alla vicenda.

[2] Nello stesso volume citato alla nota 1, Maurizio Colombo (in un box alle pp. 10-11) fa una disamina delle pellicole tratte – più o meno direttamente – da L’ultimo dei Mohicani.

[3] Per un rapido approfondimento sulla vita del generale Washington e sulla guerra Franco-Inglese è consigliabile il link it.wikipedia.org/wiki/George_Washington.

[4] Il testo riportato è tratto dal libro, esploso come caso editoriale, Conversazioni con Dio di Neale Donald Walsch in cui l’autore affronta i temi fondamentali dell’esistenza. La citazione è tratta dall’edizione economica di Sperling & Kupfer, 2009, p. 72.

[5] Cfr. Roberto Diso, in Lezioni di Fumetto n. 5, a cura di Guglielmo Nigro, Coniglio Editore, Roma ottobre 2008.


















lunedì 20 luglio 2020

Zagor ##655-657. Morte e Psiche

Le copertine dei tre albi in cui è contenuta l'avventura.
Illustrazioni di Alessandro Piccinelli. ©Sergio Bonelli Editore



Con questo nuovo post (un articolo scritto a quattro mani con Giorgini), abbiamo deciso di mettere sotto osservazione la storia in cui è protagonista Sophie Randall, la figlia del mutante Skull. In questo spazio personale (una sorta di diario pubblico) vogliamo lasciarci guidare soltanto dal piacere di scrivere su quelle avventure che più ci hanno regalato momenti di spensieratezza e, perché no?, attimi di riflessione. Ovviamente, siamo consapevoli che le avventure non prese in esame in questa sede possano legittimamente emozionare molto di più altri lettori con sensibilità diverse dalle nostre.

di Belardinelli e Giorgini

Introduzione

Il fumetto popolare classico è denso di protagonisti maschili, eroi spesso sicuri di sé e non di rado misogini. Il nostro non vuol essere un giudizio negativo, poiché ci rendiamo conto del contesto storico in cui quelle avventure furono concepite: gli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso. In tempi recenti, circa venticinque anni fa, anche in Tex e Zagor gli autori che hanno avviato il rinnovamento narrativo (lo sceneggiatore Boselli) e grafico (disegnatori come Marcello, Andreucci e Laurenti) hanno esplorato anche i diversi caratteri dell’universo femminile.
Moreno Burattini, da diversi anni saldamente al timone della testata Zagor, ha continuato l’opera iniziata nella prima metà degli anni Novanta da Mauro Boselli. Negli ultimissimi anni abbiamo notato come l’autore toscano abbia accentuato l’indagine sulle sfaccettature dell’animo femminile. Questa particolare attenzione per i personaggi femminili evidenzia, secondo noi, la fiducia e la libertà creativa concessa dai rinnovati vertici della Casa editrice a Burattini. Uno degli indizi della nostra tesi è la felicità creativa di alcune sue recenti sceneggiature.

Avventura al femminile

Il sadismo di Sophie. ©Sergio Bonelli Editore.




Burattini ha inserito nell’avventura dei numeri 655-657 di Zagor un numero elevato di personaggi (tra coprotagonisti e comparse), con una decisa presenza femminile. Tra i protagonisti maschili abbiamo Zagor, Cico, Barryman, Tonka; il resto dello staff è composto da donne: Sophie Randall, la misteriosa Chloe e le tre ragazze di Pleasant Point (figure ideate da Boselli). Nel corso della vicenda, queste ultime avranno un ruolo importante nell’economia del racconto, in particolare Jenny, il cui coraggio sarà decisivo per salvare gli abitanti del villaggio mohawk dalla furia di Sophie. Nell’albo La figlia del mutante (dalla pagina 20 alla 33) colpisce l’incontro e il dialogo tra quest’ultima e le tre ragazze, che non sospettano ancora nulla ma si pongono i primi interrogativi: il gioco della seduzione che si incontra con il piacere di uccidere di Sophie. L’inspiegabile morte del trapper, infatti, ha scioccato le presenti ed è servita a Burattini a comunicarci in maniera definitiva la direzione in cui proseguirà l’avventura: il sadismo di Sophie. Papà, non so se anche tu provavi questa stessa sensazione… Ma mi piace costringere la gente a uccidersi. Lo voglio fare ancora, dice Sophie rivolgendosi all’immagine del padre. Lo so… – risponde la mente di Skull – è inebriante avere il potere di vita e di morte sugli altri (Zagor 656, pp.10-11). Le giovani donne, ancora sconvolte per la morte del trapper, si mettono in marcia, indagano, si incoraggiano a vicenda e scoprono l’orrore. È in definitiva una storia di donne: donne spietate, donne belle e misteriose, donne sensuali e perspicaci, giovani donne brutalmente uccise.

Lo sceneggiatore alterna il timbro del racconto in modo da tenere sempre desta l’attenzione del lettore: si passa da momenti leggeri, grazie ai frizzanti dialoghi tra le tre ragazze, in cui si incomincia a intravedere il rapporto particolare tra Jenny e Zagor (si veda anche il MaxiZagor n. 39, pp. 242-243), a situazioni di estrema crudezza in cui assistiamo alla scoperta, da parte delle stesse di cui sopra, delle vittime impiccate; a sequenze struggenti e commoventi nel momento in cui Ellie May, Sara e Jenny, tra le lacrime e gli abbracci, incontrano i bambini rimasti orfani. Tutte le sequenze citate sono prese dal volume La figlia del mutante (Zagor 656), rispettivamente alle pagine 66; 68, 69, 70, 71, 72, 73.

L'agente di Altrove Chloe. ©Sergio Bonelli Editore


Altra figura importate è la bionda Chloe (quest’ultima, come Sophie, è stata ideata da Burattini). La giovane donna si presenta nel classico stile della filmografia hollywoodiana western: nell’abitacolo di una diligenza, come nel film fordiano Ombre Rosse (1939), appare come una donna timorosa in continua apprensione sui pericoli della Frontiera. Chloe dà l’impressione di essere una bionda conturbante e svampita, ma in seguito scopriremo che la sua è soltanto una recita. La giovane è infatti un’agente della Base Altrove, e il suo viaggio era stato pianificato per recuperare la fuggitiva Sophie Randall. Alla domanda di Zagor – Vi hanno dato istruzioni su come comportarvi, nel caso vi troviate di fronte Sophie? – la ragazza risponde: Prevedono un piano A e un piano B. E il piano B, afferma perentoria Chloe, è ucciderla con un colpo in fronte (Zagor 656, p. 48). In un racconto in cui Burattini ha introdotto donne di personalità, l’agente Chloe entra in maniera decisa nelluniverso zagoriano.

Là dove la mente vacilla

La particolarità di questa storia è il suo tema di fondo: Sophie è evasa dal manicomio di Worcester e si è messa sulle tracce dell’eroe non per vendicarsi (il Nostro aveva comunque causato la morte di Skull: cfr. Il ritorno del mutante, Zagor 496-499), ma perché crede sappia dove si trovi la testa del padre, con cui la ragazza aveva iniziato un dialogo telepatico. Tutto questo in realtà è il frutto della sua immaginazione. Nelle prime pagine dell’avventura (nell’albo Faccia a faccia, Zagor 655) la sceneggiatura sembrerebbe incanalarsi nel classico filone del nemico che vuole la rivincita sull’eroe. In seguito, la dinamica della storia cambia direzione e lo sceneggiatore va ad esplorare la dicotomia psicotica di Sophie, causata soprattutto dal rapporto conflittuale tra la madre e il padre: Non ci sarà tua madre a tenerti lontana da me, ritenendomi un mostro! dice la voce di Skull (Zagor 656, p. 78). Da una parte l’amore/odio nei confronti della madre, rea di averla allontanata dal padre (il mostro), dall’altra, l’affetto per l’idealizzata figura del padre, un criminale spietato pur non privo di un suo codice d’onore, come ci aveva mostrato Marcello Toninelli (il creatore di Skull) nell’avventura L’agguato del mutante (Zagor 217-219). Questo complesso retroterra esistenziale fa di Sophie una figura tragica. C’è in pratica una riflessione sul profondo senso di solitudine, di affetti negati, che possono trasformare un essere umano in un folle omicida. Infatti, il legame tra il sadismo di Sophie e la sua fragilità psichica è derivata dalla mancanza del padre che lei (la ragazza in realtà è una povera pazza) crede sia ancora vivo. Se volessimo riassumere l’avventura con una sola frase, crediamo che la più indicata sia Morte e Psiche, parafrasando la favola Amore e Psiche; il finale del racconto burattiniano, al contrario del testo di Apuleio, è per Sophie inevitabilmente tragico. Una storia cruenta in cui nei protagonisti – come afferma Cico nella tavola conclusiva di Zagor 657 (p. 42) – resta solo tanta amarezza.

Prima di chiudere il paragrafo, vogliamo far notare delle similitudini tra alcune figure femminili introdotte di recente da Burattini È interessante osservare come anche Julia Schulz, la donna-nemico nella storia disegnata da Bane Kerac (Il pueblo misterioso, Zagor 642-645), si suicida, seppur in modalità del tutto diversa rispetto a Sophie. Ed è altrettanto interessante evidenziare come lo sceneggiatore abbia legato con un palese filo conduttore le sue recenti ideazioni femminili: l’ambizione criminale della già citata Julia Schulz; la follia omicida di Sophie Randall; l’arte della seduzione al servizio dello spionaggio di Kendra. Sono tre donne nello stesso contesto sociale e culturale della prima metà dell’Ottocento che tentano di realizzarsi in modi diversi.

L’orrore sospeso

La vicenda presenta dei riferimenti ad alcune pellicole fantascientifiche, tra le quali Scanner (1981) di David Cronenberg. Burattini, come faceva Nolitta, parte da uno spunto esistente per spingersi in direzione del tutto originale, andando anche a scavare nel lato umano del mostro. Ad esempio, in Acque misteriose (Zagor 110-112) il noto riferimento cinematografico Creature from the Black Lagoon (1954) di Jack Arnold ha dato spunto a Guido Nolitta per una parabola umana sull’orrore sospeso.
Tornando in tema, nell’albo conclusivo (La mente assassina, Zagor 657) l’eroe rischia la sua vita pur di porre fine all’incubo: la spannung di tutta la storia, il momento di massima tensione e suspense. L’avventura si chiude in maniera repentina e intelligente, evitando il banale ricorso al colpo di pistola in fronte messo in conto dall’agente Chloe. Il modo in cui Burattini ha scelto di sconfiggere Sophie è costruito con molta accuratezza psicologica. Convinto che ormai la ragazza fosse del tutto innocua, il professor Roger Barryman aveva sottovalutato i rischi della sua pericolosità. Nel finale, lo psichiatra interviene per tentare di rimediare al suo errore: dice la verità a Sophie e lei, non accettandola, impazzisce e si uccide (pp. 38-40). Il cerchio inconsapevolmente aperto dal professore si chiude così in maniera definitiva e repentina.

La terribile morte di Sophie. ©Sergio Bonelli Editore.

Questa soluzione narrativa adottata da Burattini (il finale risolto con un’inaspettata intuizione) viene da lontano, e in particolare trae spunto da uno dei gioiellini di fantascienza scritti da Fredric Brown (Sentinella, 1954), in cui la situazione si scioglie in maniera fulminea con due parole: senza squame (no scales). L’autore è conosciuto tra gli appassionati di letteratura fantascientifica per il tipico formato breve delle sue narrazioni. L’importanza del racconto è stata inoltre riconosciuta persino dalla RAI: nel 1979, con la traduzione di Carlo Fruttero e la recitazione di Arnoldo Foa, è stato adattato all’interno della miniserie televisiva Racconti di fantascienza.

Esposito Bros Heroes

La scelta di affidare agli Esposito Bros la realizzazione grafica dell’avventura è particolarmente appropriata per via del soggetto. I due artisti hanno maturato molta esperienza nella Fantascienza realizzando, per la Casa editrice milanese, alcuni episodi di Nathan Never e soprattutto non pochi racconti di Martin Mystère. Il loro segno punta alla leggibilità e le sequenze, sia quelle dinamiche sia quelle tranquille, sono dirette e dettagliate: nelle loro tavole il lettore non deve mai sforzarsi di interpretare la scena. Le pagine in cui ci sono le sequenze più scabrose sono realistiche, senza per questo scivolare nella morbosa rappresentazione della morte: si veda, ad esempio, le tavole in cui scorgiamo gli impiccati nella Fattoria dei Patterson (Zagor 656, pp. 68-71). La protagonista negativa del racconto, Sophie Randall, è ben interpretata sia nei suoi turbamenti interiori sia nelle situazioni in cui la ragazza uccide con estremo compiacimento
A tal proposito, le sequenze splatter sono esplicite in modo da non tradire l’intento della sceneggiatura. È importante sottolineare come oggi il cinema e soprattutto i serial televisivi moderni ci abbiano abituati a mostrare la violenza senza filtri di sorta; e una testata ormai sessantennale come Zagor – che necessita di guardare al presente – non poteva restare legata in maniera immobile a una visione edulcorata della realtà. Gli Esposito Bros, in conclusione, hanno tratteggiato con particolare affinità le tre bellezze di Pleasant Point e l’interpretazione di Zagor e Cico è ormai un paradigma di classicità.

lunedì 15 giugno 2020

Zagor Darkwood Novels #1. Quando l'eroe incontra l'uomo

di Giampiero Belardinelli (con la collaborazione di Nazzareno Giorgini)

Introduzione

In questa nuova pagina del blog ho deciso di analizzare il primo volume della miniserie Zagor Darkwood Novels.Tra laltro, ho chiesto a Nazzareno Giorgini  considerata la sua formazione professionale di Insegnate di Lettere di Scuola Superiore – di analizzare come Burattini utilizzi in questa vicenda la figura del narratore, allargando poi il discorso più in generale (cfr. il paragrafo Breve analisi del ruolo del narratore nel Fumetto dAvventura). Inoltre, in appendice alla recensione, lo stesso Nazzareno Giorgini firma un breve pezzo in cui affronta in maniera concisa e chiara alcuni aspetti della scrittura dello sceneggiatore toscano.
Infine due parole su Nazzareno Giorgini: ha realizzato diversi articoli, principalmente per riviste come Dime Press (Glamour International Production) e Darkwood Monitor (Zagor Club). Il suo maggior merito, in qualità di storico e filologo del fumetto classico bonelliano, è stato quello di aver risolto il mistero sulla vera data di pubblicazione del romanzo di Gianluigi Bonelli Il massacro di Godena (il 1951 e non il 1956). Larticolo ha avuto due diverse pubblicazioni: la prima, nel 2008, sulla cartacea Dime Press Duemila (il n. 8, edizione della rivista curata dallautore di questo blog per la Glamour Associated di Antonio Vianovi); la seconda, nel 2012, sul magazine online di Francesco Manetti e Saverio Ceri Dime Web. In entrambe le edizioni, il testo è stato corredato con immagini che certificano lo scoop del Nostro (in questa sede, troverete le immagini citate nellappendice). Da quel momento in poi, in tutte le cronologie, in prmis in quelle della Sergio Bonelli Editore, i redattori e i giornalisti di varie testate hanno tenuto conto delle inconfutabili prove fornite da Nazzareno Giorgini.


Copertina di Michele Rubini. ©Sergio Bonelli Editore.

Dopo il buon riscontro de Le Origini, la Sergio Bonelli Editore ha affidato a Moreno Burattini il compito di scrivere una nuova miniserie. L’idea alla base di Zagor Darkwood Novels richiama in maniera esplicita i Dime Novels ottocenteschi, racconti avventurosi sensazionalistici venduti per dieci cent, indirizzati prevalentemente a un pubblico popolare. Ma le similitudini si limitano al taglio grafico dell’albo, con copertine dell’eccellente Michele Rubini, al nome di testata e alla brevità dei racconti. La narrazione e i disegni, invece, hanno uno stile moderno e dinamico, in sintonia con la sensibilità di un pubblico molto più smaliziato rispetto a quello dei decenni passati. Siamo nel 1860: un giornalista, Roger Hodgson, vorrebbe scrivere un libro su Zagor (di cui si sono perse le tracce) e si reca a Philadelphia, dove viene ricevuto da un misterioso personaggio che, da una stanza in penombra, gli racconta degli episodi più intimi della vita di Patrick Wilding

Il giornalista Roger Hodgson. ©Sergio Bonelli Editore.

Premessa

Ogni opera che viene presentata a un pubblico si espone inevitabilmente al giudizio dei fruitori della stessa. È una legge non scritta e soprattutto è un’esigenza insita nell’animo delle persone: appena un essere umano raggiunge una pur minima capacità critica (critica nel senso etimologico del termine: cioè giudicare un’opera in maniera positiva o negativa) vorrà esprimere la propria opinione. Questo accade non solo per le opere creative, ma anche per qualsiasi altro contesto della società. Nell’epoca di Internet e soprattutto dei Social questo fenomeno, come ben sappiamo, ha avuto nel bene e nel male la sua esplosione. La cultura popolare e di massa – che ha iniziato a diffondersi in Italia nel secondo dopoguerra e ancor di più a partire dagli anni Sessanta – ha permesso a un largo strato della popolazione di approcciarsi in maniera giocosa e divertita all’arte della critica, seppur improvvisata.

Elaborazione grafica di ℗Paolo Sanna.
Per gentile concessione dell'autore.


Infatti, come si suol dire, quando un prodotto creativo arriva sul mercato appartiene al pubblico. Ma un autore, come ha scritto qualche anno fa Paola Barbato, difficilmente chiederà ai propri lettori/spettatori di analizzare l’opera. All’autore basta sapere se il suo lavoro è piaciuto o meno. Tra le fila di questo pubblico, però, c’è anche una ristretta fascia di persone, i cosiddetti Nerd (il mio habitat naturale), che cercano di portare il proprio giudizio su un livello più alto, senza tralasciare mai il lato giocoso della propria ideazione intellettuale. Ma quando si decide di articolare un giudizio più complesso ci si espone fatalmente ad essere valutati per le proprie conclusioni. Per questo occorre tenere sempre in mente quali sono le caratteristiche principali che determinano il giudizio finale su un’opera, nello specifico di un racconto disegnato. Secondo me, e chiudo, non sono mai i pur succosi dettagli (quelli che di solito negli Index mettiamo nelle Note) a dare forma a un’analisi compiuta, ma le emozioni, le intuizioni narrative, le soluzioni grafiche, la caratterizzazione dei personaggi attraverso il disegno e il dialogo.

Zagor e la femmina

Già dalla copertina intuiamo come la vicenda ruoterà intorno al rapporto tra il Nostro e la coprotagonista femminile. Ma come agisce l’eroe nei confronti della femme fatale? Zagor è accorto, si muove a suo agio nella vicenda; sa quando fingere, sa quando agire. Ma è uno Zagor sensibile, empatico nei confronti di Kendra, di cui intuisce le reticenze ma allo stesso tempo comprende come sia una donna in cerca di un sostegno che, come la spia Mata Hari, cerca di sopravvivere in un mondo violento dominato dagli uomini.
Mata Hari, pseudonimo di Margaretha Geertruida Zelle
(1876 -1917).
 È stata una danzatrice e una giovane agente segreto olandese,
condannata alla pena capitale per la sua attività di spionaggio
durante la Prima Guerra mondiale.

L’intento di mostrare il lato umano di Zagor non significa mettere l’eroe sul lettino di uno psicoanalista, ma evidenziarne la psicologia attraverso le azioni e le reazioni al campionario umano con cui entra in contatto. L’eroe indirizza alcuni eventi ma non può evitare il tragico destino della storia (lo scopo), come in molte occasioni è capitato in avventure di Guido Nolitta (Il giorno della giustizia, Zagor 119-122), di Marcello Toninelli (L’assassino di Darkwood, Zagor 215-217), di Tiziano Sclavi (Incubi!, Zagor 275-280), di Ade Capone (La collina sacra, Zagor 289-291), di Mauro Boselli (Fratelli di sangue, Zagor 411-414) e dello stesso Moreno Burattini (L’uomo con il fucile, Zagor 336-338).

La donna in pericolo nel fumetto bonelliano

Il ruolo della fanciulla in pericolo, a cui per certi versi appartiene anche la nostra Kendra, è una costante del fumetto popolare classico, quello bonelliano in primis. Gli eroi bonelliani, da Tex Willer a Zagor, dal Comandante Mark al Piccolo Ranger, sono dotati di un’etica che li porta con slancio a proteggere una donna in pericolo; ma spesso il ruolo riservato al gentil sesso andava poco oltre, con le dovute eccezioni: tra queste Tesah nel primo Tex bonelliano e Frida Lang del periodo d’oro nolittiano. Il caso di Frida Lang è stato comunque un primo passo in avanti in questa direzione: in quel periodo (il 1974) Guido Nolitta aveva già in mente il personaggio di Mister No, che ha rappresentato uno scarto rispetto alla classica narrazione avventurosa. Senza dimenticare, inoltre, La Storia del West (1967-1980) di Gino D’Antonio, in cui possiamo trovare donne coraggiose e volitive, spesso determinanti nelle vicende.

Con l’arrivo nelle edicole del Ken Parker di Berardi & Milazzo (1977) si sale di livello e le figure femminili, che riflettevano anche i cambiamenti in atto nella società, sono state analizzate con più finezza psicologica. Nella saga kenparkeriana incontriamo madri disperate, donne violente, prostitute, adolescenti problematiche ecc. Erano delle figure con un’umanità – a volte gioiosa a volte dolente – che emergeva anche negli abissi della più cupa disperazione. In tempi più recenti, a partire dal 1994, Mauro Boselli e Moreno Burattini hanno inserito delle figure femminili con una più decisa personalità, adeguando finalmente le rispettive collane (Tex e Zagor) a quella rivoluzione culturale iniziata decenni prima. Burattini ha evidentemente tenuto conto di questo immenso retroterra culturale e nella sua Kendra ha fuso tante sfaccettature, con una particolare attenzione alla scuola berardiana.

Il maschilismo

Come in alcuni recenti lavori burattiniani, anche in questo racconto è di fondamentale importanza la presenza femminile. Tra l’altro, per l’occasione lo sceneggiatore accentua il realismo e compie un veritiero ritratto del maschilismo. Burattini ci mostra come il maschilismo non era prerogativa solo dei cattivi (come nei fumetti avventurosi del passato), ma una consuetudine culturale molto diffusa tra gli uomini dell’Ottocento: a pagina 51, infatti, anche alcuni soldati della truppa agli ordini del capitano Hendriks non disdegnerebbero di palpare le grazie della ragazza. Oltre all’ambizione di conquistarsi un posto al sole, la giovane donna cerca anche di combattere la sua battaglia di libertà contro il maschilismo: Kendra infatti vuole non solo affrancarsi personalmente (pur ricorrendo a inganni e sotterfugi) ma, nei limiti delle sue possibilità, difendere anche quelle donne costrette a subire ogni sopruso.

Kendra e Zagor. ©Sergio Bonelli Editore.

Kendra è una fuorilegge solitaria come il primo Tex, anche se l’eroe bonelliano aveva varcato i confini dalla legge per difendersi dalle angherie dei farabutti in guanti bianchi. Ma nonostante le ambiguità di Kendra, ho decisamente parteggiato per lei poiché non è solo la bellona di turno ma una donna calata nella sua realtà storica: Non ti ho mentito su Gilbert Emery. – dice la giovane a Zagor – È davvero il bastardo che ha abbandonato una donna incinta di suo figlio, obbligandola ad andarsene… anche se quella donna non sono io. Si chiama Marsha Stone [era la cameriera di Emery, n.d.r.] e abita a Winter Town. I soldi che ho trafugato dalla cassaforte erano per lei e suo figlio. Non restituirli… dì che non li avevo più con me… e portali a Marsha (pp. 57-58-59). 

Tre, due, uno: azione!

A parte la cornice (il prologo e l’epilogo) ambientata a Philadelphia, le vicende in cui è coinvolto Zagor si svolgono grosso modo trent’anni prima. Burattini, avendo a disposizione poche pagine, sceglie di iniziare in medias res (come afferma Roger Hodgson a p. 10) e, da pagina 11 a pagina 62, mantiene molto alto il ritmo, intervallando le sequenze in diretta con fulminei flashback. L’intento del narratore è quello di giocare con il mistero (chi è Kendra?) e allo stesso tempo di dare al racconto un’impronta corale: e questo non sarebbe stato possibile con una narrazione lineare giocata soltanto su un unico livello temporale. Lo sceneggiatore strizza l’occhio al cinema e in particolare alla scansione delle sequenze tipica della scrittura per immagini ideata da Giancarlo Berardi, autore il cui debito con la sequenzialità cinematografica è evidente.


Una vignetta intima e crepuscolare.
©Sergio Bonelli Editore.

Nel finale, con la morte crepuscolare di Kendra, Burattini si immerge consapevolmente nel cliché, ma, come scrive il critico serbo Zlatibor Stankovic (cfr. Io e Zagor. La strada verso Darkwood, Moreno Burattini, Cut-Up Publishing, p. 237), l’autore ha evitato la trappola degli stessi (frase tratta dalla recensione che il giornalista serbo aveva scritto sulla prima storia zagoriana di Burattini). Infatti, grazie alla poetica delicatezza della voce fuori campo, porta la vicenda su un intrigante e superiore livello. La figura dello Spirito con la Scure, tramite l’espediente del narratore lontano nel tempo, sembra farsi eterea, in quel confine tra la leggenda e la malinconia dove si celano gli eroi perduti.

Breve analisi del ruolo del narratore nel Fumetto d’Avventura 

Dopo aver riletto di nuovo l’albo, accogliendo la richiesta di Giampiero, ho notato come la caratteristica principale della storia è quella di essere raccontata su tre livelli di narrazione:

1) il giornalista che va dallo sconosciuto per sentirsi raccontare di Zagor;

2) lo sconosciuto che racconta di Zagor è un narratore esterno (usa la terza persona verbale) con focalizzazione interna (prende il punto di vista di Zagor);

3) il terzo livello di narrazione è quello di Kendra (non del tutto affidabile) e quello dei militari (che invece dicono la verità).


Il narratore misterioso. ©Sergio Bonelli Editore.


Complessivamente si potrebbe dire che tutta la storia è narrata da un narratore esterno con focalizzazione interna variabile. È la classica narrazione in cornice, come il Decamerone del Boccaccio. Nelle storie (romanzi, fumetti) di oggi non si usa quasi più il narratore onnisciente (che sa più dei personaggi), perché tutto è narrato in focalizzazione interna (il narratore sa come i personaggi) o addirittura in focalizzazione esterna (il narratore sa meno dei personaggi) come nei film horror o gialli
Tra gli autori bonelliani, ad esempio, G.L. Bonelli e Lavezzolo usavano il narratore onnisciente attraverso le didascalie che commentavano o anticipavano eventi. Oggi né BoselliBurattini (puntando l’attenzione ai personaggi classici come Tex e Zagor) usano le didascalie, quindi la loro focalizzazione è sempre interna e multipla o anche esterna; il fumetto odierno è diventato quasi come un film e non ha niente a che vedere con la classica narrazione ottocentesca del narratore onnisciente; e se ciò sia un bene o un male, questo è un altro discorso... (N.G.)

Freghieri nell’altrove dell’avventura

Giovanni Freghieri è un maestro del fumetto bonelliano e la sua carriera con la Casa editrice milanese inizia nei primi anni Ottanta con la serie Bella & Bronco di Gino D’Antonio. In seguito, disegna Martin Mystère di Alfredo Castelli e arriva alla popolarità con Dylan Dog di Tiziano Sclavi.  La sua prima prova con Zagor risale allo scorso anno, con l’albo La grotta sacra (ottobre 2019), quinto volume de Le Origini (collana interamente a colori). Freghieri aveva in qualche modo avuto a che fare con lo Spirito con la Scure illustrando il terzo team-up Dylan Dog & Martin Mystère, albo sceneggiato da Carlo Recagno (dicembre 2018), dove nel finale l’eroe di Darkwood e la sua nemesi il professor Hellingen si trovano faccia a faccia. Di questa avventura, tra l’altro, ho fatto un’ampia recensione su Dime Web.

Philadelphia nel 1860. ©Sergio Bonelli Editore.


Il bianco e nero di questa miniserie rende giustizia al segno di Freghieri, abile con il gioco delle luci, le sfumature, le dissolvenze. Il suo tratto evoca la malinconia e gran parte delle storie di Dylan da lui disegnate ne sono impregnate. Non fa eccezione questa avventura di Zagor. L’artista riesce a valorizzare le sequenze realistiche e quelle più intrise di nostalgia giocando molto con le luci nel primo caso e con le dissolvenze (il tratto che va a sfumare verso il bianco) nel secondo. Nel primo esempio, invito i lettori ad ammirare i primi piani di Kendra alle pagine 22 e 26; nel secondo esempio, voglio mettere in evidenza la grande vignetta in apertura e alcune sequenze alle pagine 61, 62 e 63. La caratterizzazione dei personaggi è sempre molto calibrata: il volto di uno degli sgherri di Gilbert Emery (cfr. la seconda vignetta di p. 32) è un eccellente esempio di questa peculiarità del disegnatore. Sulla sinuosa capacità di rendere sexy e morbide le giovani donne si sono spesi fiumi di inchiostro e credo non serva aggiungere altro. Il suo Zagor appare più dolce nei tratti del viso rispetto ad altre interpretazioni (e questo serve anche a dare rilevanza a quegli occhi del destino dal quale la povera Kendra è stata segnata), ma il dinamismo dell’eroe non tradisce la più classica tradizione zagoriana. 

Lo Zagor texiano di Burattini

di Nazzareno Giorgini

Che cosa significa questo titolo? Beh, può essere fuorviante, visto che stiamo per parlare di Zagor; ma a mio parere, alcune sceneggiature dell’eroe nolittiano scritte da Burattini in questi ultimi tempi risentono dell’influenza evidente di certi stilemi, linguaggi e situazioni tipiche del primo Tex bonelliano. Una delle più recenti storie di Zagor in cui si nota ciò è Il pueblo misterioso (Zagor 642-645), disegnata da Bane Kerac: qui troviamo l’utilizzo di certe esclamazioni (maledizione…tizzone d’inferno…sangue di Giuda…) che ci riportano a quel linguaggio diretto, realistico e incisivo (in altre storie zagoriane ritroviamo anche il famoso maledetti, cento (o mille) volte maledetti) che G.L. Bonelli sapeva usare da maestro. Del resto tutta la lunga storia disegnata da Kerac è un concentrato di situazioni texiane, fino ad arrivare alla drammatica conclusione che ricorda quella di Eugenia Moore, la complice della banda dei Dalton, nel numero 9 di Tex (p. 52).

Lo scoop di Nazzareno Giorgini:
nel montaggio la cover e la seconda di copertina
della striscia (4 settembre 1951)
in cui si certifica la data della pubblicazione de Il massacro di Goldena.

Questo non vuol dire che Zagor sia diventato Tex, poiché il nostro autore toscano sa utilizzare un certo linguaggio e certe situazioni solo quando servono, senza dimenticare quel mix di fantasia, storia e leggenda (e senza dimenticare Cico!) che ha fatto la fortuna dell’eroe di Darkwood. Consiglio di leggere (o rileggere) l’avventura disegnata da Kerac per crederci. Altre storie recenti ci riportano in diverse situazioni, ambienti, emozioni, che stanno a dimostrare la grande duttilità di Burattini nello scrivere Zagor.

Volume curato e prodotto da Nazzareno Giorgini.
Disponibile presso Edizioni Simple.


Nell’ultimo MaxiZagor n  39 mi ha colpito la sequenza a pagina 98 (il racconto La diga di ghiaccio, illustrato da Alessandro Chiarolla): l’eroe salva la vita a chi voleva ucciderlo e questo gesto di bontà e altruismo gli salva la vita (anche se rende vano il gesto precedente). È quello che faceva Bonelli padre nei primi Tex per dare verosimiglianza alla storia e creare un eroe quasi protetto dalle forze del Bene. Si veda Tex che accarezza un cane e questo gesto gli salva la vita (n. 28, p. 99), oppure Tex che accarezza una bimba e questo gesto gli salva la vita (n. 30, pp. 24-25). Un’altra caratteristica che apprezzo delle storie di Burattini è quella di scrivere sceneggiature con un numero di pagine non delimitato necessariamente dalla fine o dall’inizio dell’albo: si veda la già citata avventura disegnata da Kerac, che dura quasi tre volumi e mezzo, oppure La figlia del mutante (Zagor 655-657), che inizia e finisce a metà dell’albo. Un altro elemento che riporta alle storie texiane di G.L. Bonelli, nelle quali l’autore sentiva il bisogno di seguire la sua ispirazione senza limitazioni di sorta.

Nella nuova miniserie di Zagor Darkwood Novels ho trovato interessante (nella rubrica finale Il taccuino di Roger Hodgson) l’idea di far sembrare Zagor, attraverso i ricordi di chi l’ha conosciuto, un personaggio storico. È quello che si faceva con le prime strisce di Tex, fingendo che Bonelli padre raccontasse le memorie del ranger. Un altro esempio, secondo me, di come il restyling di Zagor operato da Burattini passi anche attraverso la conoscenza accurata del primo Tex, e facendo questo l’autore va sul sicuro…